Oggi Scienza

La ricerca e i suoi protagonisti

Come la crema anti-rughe

Pubblicato da Sylvie Coyaud su 30 luglio 2012

AMBIENTE – Su Nature esce una valutazione dei risultati ottenuti dalle principali riserve tropicali  nel proteggere la biodiversità durante gli ultimi 20-30 anni . Un fallimento?

Da tempo l’ecologo William Laurance, un simpatico pignolo basato all’Università James  Cook in Australia, voleva dati “solidi” sull’efficacia delle aree protette nel limitare il degrado ambientale e le estinzioni.  La sorte delle specie a rischio è seguita dal WWF che pubblica ogni anno un  Living Planet Report  (ha lanciato l’ultimo  dalla stazione spaziale, con l’aiuto di André Kuipers!) e dall’International Conservation Union che cerca di mantenere aggiornata la sua Lista Rossa. Finora però mancava un bilancio generale  dei costi e benefici delle riserve recintate, del turismo e delle altre attività che attraggono.

Per quattro anni, Laurance e un centinaio di colleghi hanno  raccolto studi sulle trasformazioni dell’ambiente attorno a 60 aree protette fra i Tropici in Africa, America e Asia-Pacifico; tormentato altre centinaia di ricercatori con interviste e un questionario fiume sulle variazioni delle popolazioni di  31 gruppi di specie vegetali e animali; sugli eventi che contribuivano a modificarne gli habitat come la costruzione di strade, nuovi patogeni umani, invasione di piante aliene ecc. Dalla montagna di dati, hanno estratto  le tendenze generali.

Sono deprimenti com’è ovvio dal grafico sopra anche prima di cliccarlo per vederlo in grande.  La salute delle riserve soffre anche della distruzione delle foreste, degli incendi, del traffico automobilistico e della caccia  nelle immediate vicinanze.  I principali fattori di peggioramento – indipendenti dal tipo di gestione –  sono tuttavia  i cambiamenti climatici (temperature, precipitazioni,  alluvioni, siccità) e  l’inquinamento dell’aria e dell’acqua.

Le rare riserve sia di “successo” che “in via di miglioramento” sono quelle gestite con criteri rigorosi, per es.  il Parco nazionale degli Udzungwa in Tanzania dove operano gli iperattivi ricercatori del Museo tridentino delle scienze.  O quelle più ”repressive”,  sorvegliate e difese contro le intrusioni illegali.  La metà di quelle studiate ha perso biodiversità e – brutto segno – attorno all’85% l’estensione delle foreste è diminuita. Ma l’articolo è intitolato “Evitare il collasso della biodiversità nelle aree protette dei Tropici” e gli autori precisano che

La nostra intenzione non è di sminuirne il ruolo cruciale, ma di sottolineare le difficoltà crescenti che possono mettere in pericolo il loro successo. Le funzioni ecologiche vitali degli habitat naturali che circondano le aree protette rendono  imprescindibile, ovunque sia possibile, la creazione di zone-tampone, il mantenimento della connettività tra riserve e altre aree di foresta, la promozione di usi meno dannosi dei terreni circostanti con il coinvolgimento e a vantaggio delle comunità locali.

Ricetta di difficile realizzazione data la tendenza demografica tuttora in aumento e i finanziamenti per la difesa dell’ambiente in calo dal 2008. D’altronde soluzioni alternative non ci sono e

concentrarsi sulle minacce interne ed esterne potrebbe anche accrescere la resilienza della biodiversità delle riserve durante il cambiamento climatico futuro, potenzialmente grave.

“Potrebbe”.  A volte viene da pensare che gli sforzi per la conservazione siano come  i prodotti di bellezza.  Costano, signora mia, le rughe aumentano lo stesso, ma senza “potrebbe” dimostrare dieci anni in più…

Immagine: Laurance et al., Nature 2012

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