Qualche informazione sul farmaco “segreto” anti-ebola

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ATTUALITÀ – È notizia di questi giorni che due operatori americani dell’organizzazione umanitaria Samaritan’s Purse, impegnati in Liberia nel gestire l’epidemia di ebola, siano stati trattati con un “siero” sperimentale dopo aver contratto il virus.

Si tratta di Kent Brantly, 33 anni, e Nancy Writebol, 59 anni. I due sarebbero entrambi migliorati dopo il trattamento e si trovano ora ricoverati presso l’Emory University Hospital di Atlanta. La notizia del trattamento è stata data dalla CNN (che parla ora di “farmaco sperimentale”, abbandonando l’espressione “siero segreto” scelta al momento della diffusione della notizia).

In cosa consiste questo farmaco “misterioso” che, a detta della stampa, avrebbe salvato la vita dei due pazienti? Ricordiamo, innanzitutto, che non esiste al momento una cura per l’ebola, anche se sono attivi più fronti di ricerca. Attualmente, le uniche misure efficaci sono quelle preventive. Ricordiamo, inoltre, che il farmaco in questione non è in fondo così segreto. Si chiama ZMapp, un prodotto recente della ricerca anti-ebola non ancora testato in nessuno studio clinico. Si tratta di un mix di tre anticorpi monoclonali “umanizzati” prodotti da foglie di tabacco grazie alle tecnologie del DNA ricombinante. Il principio sul quale si basa il trattamento è piuttosto datato: utilizzare come terapia il siero di individui che sono già venuti in contatto con la malattia e che hanno, quindi, sviluppato anticorpi contro il virus. La tecnica, ovviamente, è stata affinata nel corso degli anni, tanto da sostituire a preparati derivanti da siero (umano o animale), poco sicuri ed efficaci, soluzioni di anticorpi preparati ad hoc contro specifiche parti del microrganismo. Nel caso di ZMapp, gli anticorpi anti-ebola sono stati “umanizzati”, resi cioè molto simili ai veri anticorpi umani, e prodotti in foglie di tabacco geneticamente modificate. Questo li rende particolarmente simili ai veri anticorpi umani e, quindi, molto efficaci. Si tratta di anticorpi diretti contro le glicoproteine di membrana del virus (strutture che servono per attaccare la cellula ospite) che hanno l’obiettivo di scatenare una risposta immunitaria nei confronti del microrganismo.

ZMapp è un cocktail che comprende i componenti più efficaci di altri sue prodotti, MB-003, un mix di anticorpi prodotti da Mapp Biopharmaceutical , e ZMab, prodotto in Canada da Defyrus. Allo sviluppo hanno partecipato anche il governo americano e l’Istituto di Salute Pubblica canadese. ZMapp è stato individuato come possibile farmaco efficace contro il virus a gennaio di quest’anno e gli unici studi preliminari attualmente pubblicati riguardano i due componenti del prodotti separati, MB-003 e ZMab. Nei primati MB-003 ha aumentato la sopravvivenza di circa il 50% se somministrato a diagnosi di malattia avvenuta. Risultati simili si sono ottenuti con ZMab in combinazione con interferone. L’efficacia di entrambi è risultata tanto maggiore quanto più è stata tempestiva la loro somministrazione dopo il contagio. A detta dei ricercatori, la finestra di tempo utile affinchè il trattamento risulti efficace resta tuttavia da verificare.

Come sia possibile che un trattamento cosi sperimentale sia stato somministrato a dei pazienti non è chiaro in quanto mancano, ad oggi, dei comunicati ufficiali. Secondo la CNN la procedura rientrerebbe tra quelle consentite come “cure compassionevoli” dalla Food and Drug Administration (FDA) anche se, normalmente, si tratta di trattamenti che necessitano di un lungo periodo approvativo. Nel caso di Brantly e Writebol, invece, la somministrazione del farmaco è avvenuta solo dopo circa 7-10 giorni dal loro contagio. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) prende le distanze e ricorda che non si possono utilizzare farmaci non testati secondo i canoni richiesti per legge, anche se nel pieno di un’emergenza.

Quale sarà l’effetto di questa decisione, coraggiosa per alcuni, irresponsabile per altri, resta ancora tutto da verificare, così come resta da verificare il reale effetto di questo trattamento sui due americani. In mancanza di fonti certe le voci che danno per incredibile il loro miglioramento restano, appunto, solo delle voci. Infine, anche la reale efficacia del farmaco andrà verificata secondo il normale iter di studi clinici. È evidente, quindi, come sia decisamente prematuro sperare in un trattamento anti-ebola pronto all’uso in breve tempo.

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   
Crediti immagine: NIAID, Flickr

1 Comment on Qualche informazione sul farmaco “segreto” anti-ebola

  1. In realtà, quello che mi stupisce – ma forse sono paranoide, ditemelo voi – non è tanto il fatto che una cura sperimentale potenzialmente pericolosa sia stata utilizzata senza seguire gli iter previsti da FDA, OMS e che + ne ha + ne metta, ma il fatto che sia stata utilizzata su 2 occidentali. Nella fattispecie, su 2 medici occidentali, che, se mai fossero rientrati da vivi ma malati in America, avrebbero creato delle ripercussioni tali da dare alla stampa di mezzo mondo (quella occidentale o filo-occidentale) un boccone così grosso e succulento che sarebbe esploso un putiferio infinito (immagino che se fossero morte avrebbero creato meno caos, ma _non molto_ meno).
    Voglio dire, ca… Scusate, stavo per essere volgare, voglio dire, diamine, perché quelle che sono “cure compassionevoli” secondo la Food and Drug Administration non sono state usate sulla popolazione autoctona morente?
    La compassione subentra se a stare per morire sono solo 2 americani? Intendiamoci, ritengo Kent Brantly e Nancy Writebol due persona ammirevoli, coraggiose e altruiste, e certo non sto dicendo che sarebbero dovute morire…
    Ma rischio per rischio, protocollo infranto per protocollo infranto, perché hanno lasciato morire circa 700 persone e non curano almeno una parte dei ca 1200 infetti (i + gravi) con la stessa terapia?

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